Dalle atmosfere oniriche di Jason Allen alle fantasie architettoniche algoritmiche di Michael Hansmeyer, fino ai coloratissimi pattern visivi firmati da Kjetil Golid. La cosiddetta “arte generativa” – ovvero l’arte generata col supporto dell’Intelligenza Artificiale, attraverso sistemi autonomi, non umani – racchiude in sé tutte le potenzialità offerte alla creatività dalla digitalizzazione ma apre, allo stesso tempo, nuovi margini di riflessione e discussione rispetto all’apporto del “genio umano”, con implicazioni etiche e sociali degne di approfondimento (prima fra tutte, la questione del diritto d’autore).
E allora la domanda sorge spontanea: la “generative art” è vera arte? Le macchine diventano un supporto per l’artista, aprendo frontiere illimitate, o rischiano di diventare un surrogato della mente umana? E le Accademie di formazione, come LABA Firenze, che ruolo hanno in questa nuova sfida legata all’evoluzione e alla trasformazione digitale? Proprio lo scorso anno, Christie’s ha battuto la prima asta riservata all’arte generativa, registrando un incasso da record, oltre 728mila dollari.
Ne abbiamo parlato con Domenico Cafasso, direttore di LABA Firenze, che lo scorso 30 gennaio è stato ospite della tappa fiorentina del Festival Digitale Popolare in piazza Ognissanti, relatore all’interno del panel dedicato proprio al tema “Arte Generativa & AI“.

– Direttore, l’arte generata con il supporto dell’AI sta cambiando il concetto di creatività o solo il modo di esprimerla?
L ’Intelligenza Artificiale non cambia il concetto di creatività ma mette alla prova la nostra capacità di difenderlo. La creatività non è produzione rapida di output, ma pensiero critico, visione, interpretazione del mondo. Il rischio è che si riduca l’atto creativo a una questione di efficienza tecnica, perdendo la complessità culturale e umana del processo. Per questo è fondamentale rivendicare il ruolo dell’Accademia: formare pensatori e non semplici operatori di strumenti tecnologici.
– Se un algoritmo può generare immagini convincenti in pochi secondi, che senso ha oggi “imparare a fare arte”?
Ha più senso che mai. Imparare a fare arte non significa imparare a produrre immagini, ma imparare a leggere il mondo e a prendere posizione. Ad imporre una visione. Un algoritmo non ha coscienza storica, non ha urgenze sociali, non ha responsabilità. L’ artista sì. L’ elemento umano resta centrale proprio perché oggi è ciò che rischia di essere marginalizzato: il pensiero, il dubbio, l’errore, la profondità.
– C’è il rischio che l’arte generativa diventi una scorciatoia creativa?
Sì ed è un rischio concreto. Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé la tentazione della scorciatoia.
Si evita solo attraverso una formazione solida, critica e consapevole. L’ AI va studiata, compresa, messa in discussione. Non può essere usata come una scorciatoia produttiva, ma come un campo di ricerca culturale, con implicazioni estetiche, etiche e politiche.


– In un panorama visivo dominato da immagini generate, qual è la responsabilità di un’Accademia come LABA?
La responsabilità di un’ Accademia di Belle Arti è oggi ancora più chiara: formare soggetti non replicabili.
LABA non forma tecnici né risponde a logiche di addestramento rapido per il mercato. Forma creativi capaci di pensare, di costruire una visione, di agire criticamente nella complessità del presente. E questo richiede presenza, confronto, esperienza condivisa: l’Accademia non è un tutorial online né un percorso aziendale.
– In che modo LABA Firenze sta integrando l’ AI nel proprio piano didattico?
LABA Firenze sta affrontando questi cambiamenti come parte di una trasformazione più ampia, legata alla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, dove i confini tra fisico, digitale e biologico sono sempre più sfumati.
L’ AI entra nei percorsi didattici attraverso moduli sperimentali e laboratori trasversali, ma soprattutto attraverso un ripensamento dei contenuti e delle metodologie. Non insegniamo “strumenti”, ma formiamo competenze critiche, creative e trasversali, capaci di adattarsi a un mondo del lavoro in continua trasformazione.
– Guardando avanti: l’artista del futuro sarà un programmatore, un curatore di sistemi o un autore?
L’ artista del futuro potrà anche saper programmare, progettare sistemi o dialogare con le macchine, ma resterà autore solo se manterrà una responsabilità critica e culturale sul proprio lavoro. L’ Accademia di Belle Arti ha il compito di formare autori, non operatori: persone capaci di interpretare il presente, non solo di adattarsi ad esso. In un’ epoca di accelerazione tecnologica, la vera innovazione è la capacità di pensare, scegliere e assumersi una responsabilità culturale.
