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Il corpo come manifesto: quando la visione diventa moda su Harper's Bazaar Vietnam

Il corpo come manifesto: quando la visione diventa moda su Harper’s Bazaar Vietnam

C’è un momento, nella vita di ogni creativo, in cui l’intuizione smette di essere solo un esercizio accademico e diventa linguaggio riconosciuto dal mondo. È esattamente ciò che è accaduto a Gaia Rossi, giovane talento del corso di Fashion Design di LABA Firenze, che a pochi mesi dalla laurea vede uno dei suoi abiti protagonista di un editoriale su Harper’s Bazaar Vietnam.

Un traguardo frutto di una traiettoria fatta di ricerca, identità e visione. Dalle aule dell’accademia ai set internazionali, il percorso dell’ex allieva si inserisce in quella linea sottile ma potentissima che unisce formazione e industria, sperimentazione e concretezza.

Il suo abito – capace di dialogare con estetiche contemporanee e suggestioni personali – non è solo un capo, ma una dichiarazione di intenti: moda come narrazione, come spazio di libertà, come costruzione di un immaginario riconoscibile. La pubblicazione in un contesto editoriale internazionale rappresenta così non solo un risultato individuale, ma anche una testimonianza concreta del valore di un percorso formativo che guarda oltre i confini.

L’intervista

Dopo aver calcato la passerella di Fashion Graduate Italia, uno dei tuoi abiti è approdato sulle pagine di Harper’s Bazaar Vietnam: un passaggio importante dal contesto accademico a quello editoriale internazionale. Come è avvenuto questo incontro e che tipo di risonanza ha avuto per te, sia a livello umano che professionale?

La passerella di Fashion Graduate è stata fondamentale per ottenere visibilità. Grazie alle pubblicazioni della piattaforma e alla diffusione sui magazine di settore, sono stata contattata su Instagram da Chiara Bossio, stylist e graphic designer, che mi ha chiesto l’abito per uno shooting editoriale. È stato proprio grazie al loro lavoro che l’editoriale è arrivato fino a Harper’s Bazaar Vietnam. Per me è stato del tutto inaspettato: non avrei mai immaginato che un mio progetto potesse approdare su una rivista di questa rilevanza. È un traguardo che mi rende molto orgogliosa e che mi ha dato una grande spinta di fiducia per il futuro.

Soffermandoci proprio sull’abito pubblicato, quale momento del tuo racconto rappresenta? In che modo incarna quella progressiva liberazione del corpo che attraversa l’intera collezione?

All’interno della narrazione della collezione – dal titolo “UNDISCLOSED” – questo abito rappresenta il punto di partenza. Nasce con maniche lunghe e comunica una sensazione di costrizione e mancanza di respiro: il corpo si nasconde, si protegge dal giudizio e dalla violenza esterna. Non c’è pelle scoperta, il corsetto è estremamente stretto, quasi una gabbia, e la gonna lunga amplifica questa chiusura, mentre il ricamo del rovo si concentra sul collo. In occasione del Fashion Graduate, l’abito è stato leggermente modificato per ragioni estetiche: le maniche sono diventate corte per valorizzarne maggiormente la silhouette e nel corsetto è stato inserito un elemento ricamato aggiuntivo, rafforzando ulteriormente il concetto narrativo.

La tua collezione si sviluppa come un vero e proprio percorso, intimo e visivo, che accompagna il corpo da una condizione di costrizione a una nuova consapevolezza. Come hai trasformato questa riflessione interiore in un linguaggio progettuale fatto di forme, volumi e trasformazioni?

È stato un processo complesso, anche a livello personale. Per la prima volta ho lasciato emergere completamente le mie emozioni, traducendole nel progetto. Ho disegnato moltissimo: circa un centinaio di schizzi per arrivare a tre outfit finali. La musica ha avuto un ruolo importante, aiutandomi a richiamare le sensazioni necessarie. Ho poi individuato tre nuclei emotivi: il primo legato a oppressione, vergogna e senso di prigionia; il secondo come fase di transizione, in cui il corpo inizia ad aprirsi; il terzo come liberazione. Le forme geometriche mi hanno permesso di costruire strutture solide, coerenti con l’idea di costrizione, mentre le trasparenze introducono una nuova consapevolezza: il desiderio di mostrarsi, ma in modo controllato. È una scelta: decidere cosa rivelare e cosa no.

Il ricamo a mano, con il simbolo del rovo di spine, attraversa i capi come una traccia viva: ferita, memoria, ma anche ornamento. Come si intrecciano, nel tuo lavoro, gesto sartoriale e narrazione simbolica?

Il ricamo a mano è stato fondamentale perché mi ha permesso un controllo totale sul dettaglio, pur mantenendo un carattere autentico e non industriale. Le piccole imperfezioni e irregolarità lo rendono unico e profondamente personale. È diventato il mezzo più sincero per esprimere emozioni e significati che difficilmente sarei riuscita a comunicare a parole.

In questo processo così personale e strutturato, quale ruolo ha avuto LABA Firenze? In che modo il percorso formativo ha contribuito a costruire non solo le tue competenze tecniche, ma anche la tua capacità di dare forma e profondità a una visione così identitaria?

Il percorso in LABA Firenze è stato formativo e prezioso. Ho iniziato questi tre anni senza una formazione specifica nel settore, arrivando da un liceo linguistico, ma con una forte passione. Proprio passione e curiosità, unite alle competenze acquisite, hanno fatto la differenza. Ho imparato a cucire partendo da zero, grazie a un piano didattico strutturato e a docenti capaci di trasmettere non solo tecnica, ma anche amore per il proprio lavoro. Sono passata dal non sapere usare una macchina da cucire al realizzare interamente i capi della mia collezione. Ho iniziato a sviluppare le mie idee, a tradurle in progetto e a definire il mio stile. Non sono mancate anche le critiche costruttive, che mi hanno spinta a migliorarmi continuamente. Nel tempo ho acquisito maggiore consapevolezza e fiducia, pur mantenendo uno sguardo critico sul mio lavoro: un equilibrio che considero essenziale per crescere ancora.

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